Farmaci antiaggreganti e anticoagulanti
  • Se prendo farmaci antiaggreganti o anticoagulanti corro comunque il rischio che nelle mie arterie o nelle mie vene si formino trombi?

    I farmaci che fluidificano il sangue appartengono a due grandi famiglie: antiaggreganti e anticoagulanti.
    Sono antiaggreganti: aspirina, cardirene, ascriptin e tutti i farmaci che contengono acido acetilsalicilico, indobufene, clopidogrel, ticlopidina, prasugrel, ticagrelor; altri farmaci sono allo studio.
    Sono anticoagulanti: i dicumarolici (sintrom e coumadin), le eparine e il fondaparinux, i nuovi anticoagulanti orali rivaroxaban, pradaxa, apixaban, edoxaban e altri in dirittura di arrivo per l’approvazione da parte degli enti governativi preposti.
    Tutti questi farmaci riducono in modo significativo la probabilità di formazione di trombi nelle arterie e/o nelle vene ma non al 100 per cento!


    La probabilità che non siano completamente efficaci dipende strettamente:

    • da quanto il paziente è disciplinato nel prendere il farmaco alle dosi e all’ora prescritte dal medico: dimenticare il farmaco, cambiare le dosi o ridurle rende inefficace la loro azione; aumentare le dosi rende più probabile una emorragia;
    • da quanto il paziente è “sensibile” a ogni specifico farmaco: non tutti rispondono in modo adeguato all’aspirina o al clopidogrel; alcuni per esempio hanno difficoltà nell’assorbimento del farmaco a livello gastrointestinale, molti prendono altri farmaci che possono interferire e aumentare l’efficacia dell’antitrombotico o ridurla;
    • da quanto tempo il paziente trascorre con il sangue nel suo grado di fluidità ideale: questo parametro viene misurato per chi assume i dicumarolici mediante un prelievo di sangue che misura il PTINR; per gli altri farmaci non esiste un test che ne misuri l’effetto in modo affidabile);
    • da quanto il paziente collabora nel modificare i fattori di rischio che contribuiscono a ridurre la probabilità di peggioramento o ricomparsa della malattia da Trombosi: smettere di fumare,aumentare l’attività fisica se possibile, migliorare la qualità e la quantità del cibo per ridurre il giro vita, il peso e i livelli di colesterolo, curare adeguatamente il diabete e l’ipertensione; tutto questo contribuisce ad aumentare l’efficacia dei farmaci antitrombotici, che funzionano in modo insufficiente se il paziente non “collabora ”;
    • dalle interferenze con altri farmaci o sostanze: per esempio gli alcoolici, i prodotti da erboristeria, i lassativi, le droghe.

    Qualunque sia il farmaco antitrombotico, è fondamentale che il paziente e i famigliari che si occupano di lui/lei mantengano una relazione stretta con il medico delegato alla sorveglianza della terapia antitrombotica, che sia il medico di famiglia, il cardiologo o il centro di sorveglianza della terapia anticoagulante: a loro dovrà essere comunicato l’inizio o la sospensione di altri farmaci (antibiotici, antiaritmici, antiipertensivi, farmaci per il controllo dell’acido urico, del colesterolo, del diabete), una malattia che richieda allettamento, o con febbre, le ragioni di un ricovero (portare sempre in visione la lettera di dimissioni) o di un accesso al pronto soccorso e le eventuali modifiche nella qualità o quantità dei farmaci che vengono assunti abitualmente; saranno i medici delegati a monitorare la terapia anticoagulante o antiaggregante, a preparare il paziente per eventuali interventi chirurgici e ad assisterlo in caso di complicanze o difficoltà.

    Per maggiori informazioni: www.trombosi.org

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